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"da bambino giocavo con le pentole" convivente con 6 mici: Marx, Takeshi, Paride, Omero, Khalì e Micilla! diffondere conflitto-fare movimento-autonomia-ciclista urbano-militante gattofilo e fondamentalista anticlericale.

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lunedì, 12 maggio 2008, ore 12:33
Giorgio Napolitano ha, in occasione della "giornata della memoria per le vittime del terrorismo", rilasciato un paio di esternazioni che meritano attenzione.

La sintesi di un celebre quotidano è:"Napolitano: voce alle vittime, non tribune tv per i terroristi. Ancora segni dell'ideologismo nazista e comunista".

Ad una prima lettura, l'equiparazione col nazismo parrebbe riferita tout court ai comunisti tutti. Difficile che intendesse ciò, lui, cresciuto a Pravda e stalinismo, e noto sostenitore dei carri armati sovietici.

Leggendo l'intervista, infatti, si capisce che si riferiva a chi, negli anni '70,  ha coltivato il "disegno rivoluzionario": sta in questo, "nell'intolleranza e nell'uso della violenza politica", il parallelo coi nazisti.

Su questo, mi interessa ragionare. Su questa banale rimozione della categoria della "violenza politica". Su questa mistificazione: la violenza politica non viene criticata tatticamente, strategicamente o eticamente, ma di per sè considerato elemento che rende "nazisti".
Come se l'elemento della violenza "politica", quali che siano le scelte fatte nei decenni, non fosse un elemento insito nel DNA del movimento operaio, marxista e comunista , storia dalla quale anche Napolitano proviene. Quanto sia culturalmente poco onesta, da parte di Napolitano, tale rimozione dall'album di famiglia "comunista" della categoria della "violenza" lo dimostra il dibattito congressuale di Rifondazione del 2003. Dibattito ben più appassionato di quello triste e burocratico che quel partito vive in questi giorni. Ora, aldilà degli aspetti strumentali per i quali quel dibattito fu promosso, fu  non banale né scontato, a riprova della centralità di questo elemento  nelle radici della sinistra novecentesca italiana.

Questo "parallelo", ha assai indispettito lo storico comunista Luciano Canfora (candidato nel pdci nel '99). Ma la reazione di Canfora (nella foto) è del tutto speculare delle esternazioni presidenziali.

Innanzi tutto Canfora avoca al PCI, al solo PCI, a quello uscito dal congresso del '26 a quello scioltosi alla bolognina, la legittimità esclusiva alla titolarità del "comunismo" in questo paese. Anche Canfora, insomma,  rimuove.

Canfora interpreta le parole di Napolitano in modo estensivo: per lo storico, l'ex compagno parlava del comunismo tutto, dei comunismi tutti.

Ma non solo.

Per lo storico, Napolitano ha persino esagerato, ha attribuito troppa legittimità all'esperienza lottarmatista:"ma quale ideologismo comunista, ma quale disegno rivoluzionario, eran quattro imbecilli incolti forse prezzolati".
Col comunismo, con il PCI (dal quale la grandissima parte dei BR "storici" proviene) le Brigate Rosse non c'entravano nulla. Non un pezzo del movimento comunista italiano, pur minoritario, non un "disegno" magari condannabile ma nato comunque nel ventre della cultura e dell'immaginario "comunista" italiano.

Imbecilli, incolti. Rimossi.
E dire che pratica e cultura delle BR eran assai più simili a quelle del PCI di quanto non lo fossero quelle del "movimento". Ma questo Canfora lo "espelle". Lui è rimasto alle "sedicenti" Brigate Rosse, come scriveva l'Unità ai tempi.

Quanto al "diritto di parola". Sul piano "politico", che un capo di stato intenda negarlo a chi lo stato voleva abbatterlo, mi pare ovvio, banale, persino legittimo. Lo stato fa il suo mestiere, anche quando reprime.
Eppure, vintala "guerra", lo stato "repubblicano", DC e PCI, dal '48 al '53, furono generosi nel perdonare i reati politici (leggi: fascisti) dei decenni precedenti con una serie di amnistie che liberarono vertici militari del regime, collaborazionisti, torturatori, gerarchi.
D'altra parte, Violante (anticipando Berlusconi) già 10 anni fa rifletteva sul quanto fosse necessario comprendere le ragioni dei ragazzi di Salò.
nel paradigma novecentesco, perlomeno in termini di opzione. Come se riguardasse altri, solo "i nazisti", e non la storia dalla quale anche Napolitano proviene.

E' però sul piano culturale e intellettuale che questa affermazione viene da me criticata. L'indagine storica, la comprensione politica di quanto è accaduto negli anni '70 non posson esser condotte senza dare la parola a tutti i protagonisti di quegli anni, anni che ancora adesso, chissà come mai, si fa più fatica ad elaborare di quanto non fu facile elaborare (ed amnistiare) dopo 3 anni della vittoria dell'antifascismo.

Certo, sarà sempre una parola "manchevole": perchè le bombe nele piazze e nelle stazioni, i missili contro gli aerei civili, bè, tutto questo..non ha autore, non ha volto, non ha voce, e non intende averne. Nemmeno dobbiam porci  il problema.

GOVERNO/PALAZZO

Tra i primi provvedimenti annunciati, uno grave: il taglio di una buona legge, la legge Gozzini.

Atto probabilmente popolare, ma sbagliato e ingiustificato. L'opposizione, per bocca di Chiamparino..protesta. Nel senso che si chiede se lo faranno veramente, mica ha da dire sul merito: "non sarebbe la prima volta che si fanno grandi annunci".
Unico barlume di protesta seria, quella di Gonnella di Antigone "e' lo spirito illiberale figlio dei tempi in cui viviamo, in cui si cerca esasperatamente la protezione individuale perche' e' scomparsa la sicurezza sociale. Ne tenga conto Veltroni che ha lanciato per primo questa campagna a Roma".

Chi mi conosce sa che non amo né Travaglio né quel furbone di Grillo, che invita nelle piazze per apporre firme inutili sapendo che sono inutili.

Ho ascoltato ciò che ha detto Travaglio da Fazio. Non mi è nemmeno piaciuto. Ma ne risponde lui, ne risponderà se è il caso,  ed ha il diritto di dirlo. La levata di scudi, le ruffiane scuse di Fazio, danno la nausea. Allo stesso modo la gogna bipartisan contro Santoro (altro che non adoro) colpevole di aver trasmesso brandelli di V-day. Quale è il problema? Quella è cronaca, è racconto. E le reazioni bipartisan, da Petruccioli al PDL, si chiamano censura.

Esprimo infine rammarico per moralisti, parrucconi e simili che non hanno avuto dala manifestazione di Torino ciò che tanto avrebbero voluto. Comprendo siano rimasti insoddisfatti.



PRIDE LAICO 17 maggio
Ecco manifesto ed adesioni. Per aderire, pridelaico@dirittinrete.org
Per altre info (programma università, per esempio) cliccate QUI o contattateci (a me privatamente o via mail "pridelaico")
Per vedere manifesto ed adesioni....
martedì, 11 marzo 2008, ore 21:41

Lo ho già detto altrove: uno dei tanti dati che rendono l'idea di come il dibattito politico italiano sia inquinato è dimostrato dal fatto che Zapatero è, dalle nostre parti, "idolo" degli elettori della sinistra arcobaleno, sebben al "perimetro" politico del leader spagnolo corrisponda in teoria quello del centrosinistra "riformista", poichè la sinistra iridata altri cugini avrebbe nella penisola iberica (la sgangherata I.U).


C'è che su alcuni temi se uno dicesse le cose che dice Zapatero in Italia ( invero decisamente più a sinistra di Mussi) verrebbe preso per irragionevole estremista.
I maestri del bipolarismo all'amatriciana italiana, che dal punto di vista elettorale anche alla Spagna guardano, ignorano o fingono di ignorare qualche dato banale.

Nel partito Democratico vi sono personaggi che se abitassero a Madrid voterebbero per il centrodestra.
Non parliamo della Binetti, sarebbe troppo facile. Ma di, ad esempio, Marini. O dell'ex capo delle ACLI, o di Fioroni.

Qui il family day è stato organizzato da un arco di forze che va dal PD ad AN. Dopo il "family day" spagnolo, Zapatero ha detto ai vescovi qualcosa di un poco più urbano di "fatevi gli affari vostri, grazie". Giusto o sbagliato, si è assunto una responsabilità chiara.

E il PP non è esattamente una forza di stampo..anglosassone. Al suo interno vivono forti pulsioni franchiste e populiste ( non esiste infatti una destra estrema significativa).

Molti "amici" del Pd, in Spagna , voterebbero per quelli.
Il PD è così innamorato del bipolarismo che vuole rappresentarlo tutto da solo.
E ci credo che la CEI in Italia non da indicazioni di voto: ha, oggettivamente, l'imbarazzo della scelta (persino Pecoraro Scanio - giuro - ha di recente fatto un endorsement rivelando la sua devozione a Padre Pio).
A titolo informativo, l'organizzazione internazionale di cui Zapatero fa parte (così come D'Alema) non da indicazione di voto per il PD, ma per i socialisti di Boselli.

CHI PIANGE, CHI RIDE?
Qualcuno (io), due anni fa, a chi paventava il ritorno di Berlusconi come il peggiore dei mali possibili per i lavoratori e le lavoratrici, replicava: a naso, dal governo Prodi i lavoratori usciranno messi peggio di prima. Profitti, impresa, e rendita, meglio.
Della distribuzione del reddito nel nostro paese, e dell'indice di Gini, parlammo qualche tempo fa.
Di queste ore interessanti dati OCSE confermano per il 2007 ciò che su questi schermi dicamo da un po'. I salari, stanno peggio di prima. La settima potenza mondiale (mi risulta che l'unico campo nel quale l'italia conferma la posizione di prestigio, PIL a parte, è quella delle spese militari) è la 23esima per ciò che riguarda i salari. 
Il dato in sè potrebbe dimostrare poco, non fosse che prima dell'avvio del governo dell'Unione si era al 20esimo posto.
In Europa stanno peggio solo Polonia e Portogallo.


E ciò che ha contribuito a questa straordinaria performance, alla faccia di quelli che ora danno vita alla sinistra arcobaleno e due anni fa trionfavano, con spregio del ridicolo,  con il fanciullesco e di cattivo gusto "anche i ricchi piangono" (che ora fa ridere/incazzare tutti, ma allora se lo rivendicavano e non era facile fare notare che era una stronzata), non è stata tanto la dinamica contrattuale, quanto il fatto che il salario di un operaio esce dai due anni del governo Prodi con un maggior carico fiscale.
E' aumentato il cuneo fiscale, insomma. Prodi promise di ridurlo. Lo ha fatto, in parte.
Per puro caso, ha iniziato dalla parte a favore delle imprese.
Sarebbe onesto che i compagni di rifondazione facessero un manifesto di rettifica e ci dicessero che i poveri piangon più di prima, anche grazie a loro.

EX POST: BERTINOTTI "SONO STATO INGENUO".

Qualcuno (io) due anni fa agli amici di rifondazione diceva che la strada scelta era ingenua ed avrebbe condotto alla sconfitta. Cosa mi rispondeva chi avrebbe votato rifondazione è noto, perchè dicamocelo: ora la gran parte conviene, ma quel che adesso pare ovvio e scontato agli stessi non pareva tale due anni fa, anzi.
Bertinotti, in una esilarante intervista al manifesto, due giorni fa affermava:
Per rispondere al problema dell'efficacia, nel 2006 avevamo scelto la partecipazione a un governo di centrosinistra.  L'abbiamo presa puntando tutto su un programma molto dettagliato. Perché così dettagliato? Perché era il tentativo, un po' ingenuo, riconosco ex post, di ottenere quelle garanzie che non ci sembrava possibile ottenere per via politica.
Ma non ha funzionato e dico subito che è stato un errore di cui mi prendo la mia parte di responsabilità
Il leader maximo riconosce, ex post ovviamente, ciò che alcuni - certo non brillanti leader politici di professione - intravedevano ex ante.
Sarebbe l'ora che certi errori li si evitassero, invece di ammetterli "ex post".
La cosa fantastica è che ammette di esser stato ingenuo e di aver avuto le sue responsabilità: per tutta risposta, è a capo della sinistra arcobaleno.
Ex ante dico: vedrete, tra qualche mese, la fine che farà la sinistra arcobaleno. Chi conosce le beghine del retrobottega di partito, e gli stracci fermi pronti a volare dopo il 14 aprile, sa cosa intendo.
Ma state tranquilli: ex post, qualche leader riconoscerà i suoi errori.

VOTATE IL SONDAGGIO (CoLONNA A SX E POST PRECEDENTE ) CHE STO PER TOGLIERLO.....
fainotizia

giovedì, 28 febbraio 2008, ore 14:32


I protagonisti ed i sostenitori del bipartitismo-bipolarismo  da anni predicano l'approdo del panorama politico italico ad un orizzonte più europeo, normale, evoluto. Nuovo.

Poi sono i primi a sconfessare le regole ed il funzionamento "base" del bipolarismo degli altri paesi europei.
postato da moltitudini· archiviato in politicamente scrivendo, eziologie·permalink · commenti (33)
martedì, 19 febbraio 2008, ore 10:28

Terzo e ultimo post dedicato alle anomalie della stramba dinamica partitica italiana e sulla "unicità" parlamentare, istituzionale e partitica di questo paese rispetto al panorama delle democrazie europee.
Per chi volesse ritessere le fila del mio ragionamento, qui le precedenti puntate:
I eziologia del sistema
II una Bad Godesberg?


Durante i lavori della Costituente, aspro e serrato fu il dibattito sull'articolo 7, quello che avrebbe dovuto recepire i "patti lateranensi", ossia gli accordi stipulati dal regime fascista con il Vaticano per sanare definitivamente la "breccia" di Porta Pia.

Il Partito Comunista Italiano, sorprendendo alcuni, votò SI al recepimento degli stessi.

Votò assieme a parte dei liberali, democristiani, ai rappresentanti dell' Uomo Qualunque. Su questo il "Fronte Popolare" nacque diviso: i socialisti, "scavalcarono" a sinistra il PCI votando No, assieme ad azionisti e repubblicani (bel discorso di Nenni che credo sia reperibile anche in rete).

Le spiegazioni per tale scelta posson esser tante, e credo siano tutte ragionevoli e verosimili. Certo è che è eccepibile, eminentemente dal punto di vista giuridico e di "filosofia del diritto", che una carta costituzionale recepisca - per altro nella sua prima parte - i trattati che regolano le relazioni tra il paese ed un altro stato sovrano (ed una realtà religiosa). Così come destò un po' di scalpore che la costituzione "repubblicana, democratica ed antifascista" recasse tra i primi articoli il recepimento di un trattato firmato dal dittatore fascista.

Credo che questa scelta - apparentemente strana ed incomprensibile - e le ragioni reali sulle quali si fondò, siano strettamente connesse alla natura atipica del PCI nell'atipico panorama democratico italiano, ruolo dal quale secondo me discende in parte il "blocco" evolutivo che questo paese ha oggettivamente vissuto e di cui ho parlato nel post "una Bad Godesberg?".
Aldilà delle macchiette simpatiche ambientate in quel di Brescello, il PCI è sempre stato assai timido nelle vertenze legate a tutte quelle battaglie che hanno portato ad uno scontro tra laici e cattolici in Italia. Le iniziative dei radicali e di Adelaide Aglietta non eran certo ben viste dalla dirigenza berlingueriana, negli anni '70.
Questi ragionamenti -saltando considerazioni già fatte nei due post linkati -ci portano inevitabilmente alla storia di oggi.
Il "partito democratico" è oggettivamente - prima di tutto dal punto di vista "iconografico" ed "estetico", ma anche nei contenuti, il partito di "centrosinistra" europeo più moderato e centrista.
Ciò può apparire strano, se consideriamo che il PD è frutto dell'evoluzione del più grande partito comunista d'europa, e che questo "grande" partito comunista occupava in italia lo spazio occupato dalle socialdemocrazie negli altri paesi.
Un partito "nominalmente" più estremo dei cugini socialisti d'europa si è "lentamente" evoluto nel partito più moderato e centrista, fondendosi con parte degli eredi degli "acerrimi" nemici di un tempo: come possono essere in relazione le due cose?

Ciò è in realtà sempre meno incomprensibile se teniamo conto che con quegli acerrimi "nemici" il dialogo, ed il rispettivo assestarsi su posizioni e ruoli immutabili, è iniziato già nella costituente, come mostra la "strana" scelta del PCI di allora.
L'inizio di un consociativismo senza parallelo alcuno nella storia parlamentare degli altri paesi, nei quali socialisti e popolari/democristiani (salvo grosse coalizioni frutto delle contingenze) giocavano un rolo realmente alternativo, concorrendo al governo nell'ambito di una reale alternanza.

In sintesi, certe scelte secondo me si spiegano anche così: è come se i "comunisti" italiani fossero afflitti da una sorta di "senso di colpa", dalla necessità di "fare" i comunisti da un lato, ma anche di emanciparsi da sè stessi, dalla loro storia, dalla loro anomalia.
Credo che in questa rincorsa frenetica all'emancipazione da sè stessi stia la ragione dell'approdo della "sinistra comunista" del dopoguerra alla creazione di un partito di centro,  assai più moderato degli altri partiti socialisti europei, sino a non poter entrare nemmeno nel PSE, partiti rispetto ai quali la storia che sta alle spalle di tre quarti del PD è "NOMINALMENTE" più a sinistra.

Tornando invece ai temi trattati in "eziologia del sistema", a due anni dalle ultime elezioni politiche si è chiamati ancora alle urne, e avremo (avrete) davanti agli occhi una scheda elettorale quasi totalmente diversa dall'ultima per quanto riguarda i simboli che si presenteranno: i partiti che rappresentano il 75% degli elettori del 2006, saranno presenti con loghi diversi.
Badate che questo è davvero sintomatico della malattia dei partiti in questo paese.
E' ancor prima che politica la mia curiosità rispetto a ciò, perchè questo conti9nuo cambio di look dei partiti italiani credo rappresenti molto.

Una parossistica ricerca del nuovo (però magari si ricandida De Mita nel PD), di rilegittimazione, di maquillage senza eguali in nessun altro paese, dove i partiti cambiano uno alla volta ogni 40 anni.
Qui si assiste ad una schizofrenica transizione immobile, che gira e si muove e resta uguale a sè stessa, cambiano continuamente loghi e nomi, senza sosta.

Un dato, che è esemplificativo di questo: se uno confrontasse la prossima scheda elettorale con quella delle elezioni dell'altro ieri, ossia del 2001, troverebbe oggi solo un partito , la Lega Nord.
Un partito che nasce relativamente recentemente, tra i frutti della protesta contro il sistema dei partiti.

Il Pd sceglie un omnicomprensivo ed "apolitico" tricolore: se guardato di sfuggita, ad una prima impressione sulla retina, parrebbe il simbolo di Forza Italia (partito "nuovo" che già sparisce dalla scheda). Se uno volesse fare filastrocche ed allliterazioni...bè, il PD ha tra i suoi slogan "Italia, viva". Italia, viva..viva l'italia..Italia, forza..Forza Italia...pure "meno tasse per tutti", ha di recente detto Veltroni.

Sono epifenomeni che mi incuriosiscono innanzi tutto dal punto di vista estetico e simbolico, prima ancora che da quello della critica politica.

Perchè la stoffa dell'abito del monaco, un po' del monaco ci dice qualcosa.




giovedì, 31 gennaio 2008, ore 13:14


In questo post (LINK) analizzai una serie di elementi che connotano la strana democrazia parlamentare italiana.
Conclusi annunciando un seguito, eccolo qui.
Ovviamente l'intento è di natura analatico/politologica, nulla a che vedere con la militanza o la propaganda.
Lo preciso perchè non vorrei esser frainteso rispetto a ciò che sto per scrivere.
Quel che voglio fare è "osservare", aldilà della mia personale collocazione, lo strano fenomeno del parlamentarismo italiano, afflitto da "tare" , peculiarità e malfunzionamenti sin dal primo periodo post-unitario.
Peculiarità che hanno reso la dinamica partitica e parlamentare italiana unica in Europa, tanto nella "prima" quanto nella "seconda" repubblica, con la sua transizione così duratura che transizione più non è, evidentemente.
Quindi: mettendo da parte le mie posizioni su "stato", "democrazia" e "rappresentanza" (sarei quello che sono anche in Francia o Germania) è oggettivo che la "democrazia" italiana è strutturalmente "malata". Quindi..forse malata non è. Però funziona peggio delle altre democrazie europee ed ha tratti patologici e singolari evidenti (trattati nel post che ho linkato).

Credo che uno dei problemi alla base di tutti questi elementi critici sia stata la natura, il ruolo svolto e la dimensione  del PCI.
In tal senso, arrivo a dire che se il PCI avesse avuto, negli anni '50, una sua "Bad Godesberg" (e non  la superficiale Bolognina fuori tempo utile), forse vivremmo in un paese diverso, con un assetto istituzionale più equilibrato e meno patologico, più "evoluto", insomma...senza parte di quei problemi di cui ho parlato nel post che ho linkato.
Il PCI era un partito di massa senza eguali in europa, nel panorama "comunista" (tranne, a tratti, il PCF francese ma in tutt'altro quadro). Lo scontro che negli altri paesi si giocava tra le forze socialiste/socialdemocratiche/laburiste e quelle conservatrici/popolari, in italia si declinava con, da una parte, un partito di massa non appartenente alla famiglia "socialista" europea, nominalmente, iconograficamente, culturalmente "comunista" e strutturalmente legato all'Unione Sovietica e, dall'altra, un partito democristiano "interclassista", animato da correnti assai diverse tra loro (da quelle più sociali a quelle più conservatrici). Tutto ciò nell'alveo delle compatibilità geopolitiche stabilite a Yalta.
Il PCI, in quel contesto, e sempre di più col passare degli anni, non poteva evidentemente aspirare ad esser alternativa di sinistra al governo democristiano.
Ciò era invece l'orizzonte cui ambivano le parti più avanzate del panorama partitico italiano: le correnti di sinistra del partito socialista (Lombardi ed altri) e quelle che dal PSI uscirono per dar vita al PSIUP (Libertini, Foa, Basso, culture di ispirazione "austromarxista", eccetera), contrarie (la faccio breve) ai governi di "centrosinistra" di allora, di cui intravedevano la natura anomala e "conservatrice" e che lavoravano (in modo assai "avanzato", c'è da dire) alla costruzione di un profilo "bipolarista" prefigurando una alternativa di "sinistra".
Piccolo inciso un po' meno analitico e più partigiano, in termini di inclinazioni: tra le aree politiche e culturali italiane PARLAMENTARI di sinistra, credo che la quella zona a cavallo della sinistra socialista sia stata la più fertile, interessante ed avanzata del dopoguerra. Ingiustamente "stritolata" dall'agiografia berlinguerista e dal craxismo.
Come è andata lo sappiamo: questo profilo bipolare non venne raggiunto. Vinsero - convergenti in modo parallelo - le forze che preferirono "cristallizzare" la situazione, che vedeva la DC (a tratti assieme al PSI) in posizione centrale e "bloccata" al governo, e un PCI "bloccato" all'opposizione, pur non essendo certo una forza "rivoluzionaria", extraistituzionale o marginale. PCI le cui "evoluzioni" (dal compromesso storico al PDS, ai DS ed, infine, al PD) sono tutt'altro che tradimenti o cambi di rotta, ma perfettamente coerenti linee di sviluppo.
Fu la definitiva benedizione del consociativismo, fu sancito in quel periodo l'immutevole mutevolezza del quadro partitico ed istituzionale italiano. Era probabilmente l'ultima chance per uscire in parte da problemi che affliggevano l'Italia dal 1861.
Se il PCI si fosse liberato radicalmente da uno sterile dogmatismo, dall' ortodossia filosovietica, se il PCI si fosse emancipato dalla contraddizione che lo vedeva esser partito strutturalmente all'opposizione ma perfettamente inserito nell'assetto di potere statale, in una situazione congelata e immutabile...insomma: se il PCI avesse avuto negli anni '50 o anche '60 una sorta di sua Bad Godesberg, vivremmo in un paese probabilmente migliore.
Perchè l'ipertofria burocratica italiana, la corruzione a livelli più elevati di quelli endemici, i palesi paradossi politici cui assistiamo da decenni, sono anche frutto di una situazione bloccata in quel modo per 50 anni, in virtù delle diverse rendite di posizione, quadro che ha sancito, bloccato e definito l'anomalia italiana.
Se quelle aree culturali di cui ho parlato avesser avuto l'egemonia sulle altre, si sarebbero create maggiori condizioni perchè si verificasse il quadro fantapolitico che ho tratteggiato.
Che è fantapolitico, quindi non si è dato perchè..non poteva darsi. Vorrei indagare perchè non poteva darsi. QUali elementi antropologici, culturali, sociali..strutturali, stanno alla base di ciò.
Come è finita, poi lo sappiamo: il PCI (che pure da una certa antropologia stalinista non si è liberato, nemmeno nei suoi eredi odierni) è finito travolto e costretto dagli eventi, fuori tempo massimo, aderendo "innaturalmente" ad una famiglia socialdemocratica della quale non poteva fare realmente parte, e per altro in una fase storica nella quale (come tutt'ora) i paradigmi socialdemocratici erano messi in crisi dal passaggio al postfordismo. Quello della creazione del pds non fu una reale trasformazione culturale, ma una operazione di cambio di iconografie di riferimento per legittimarsi come forza di governo, uno scontro giocato tutto solo su elementi identitari, sterili, stetici,  un passaggio frettoloso costretto dalla fine dell'URSS.

Se, per concludere, fosse accaduto tutto ciò...io sarei probabilmente l'estremista d'accatto che sono.
Probabilmente però lo sarei in un paese migliore.

p.s. il video non c'entra nulla. Però mi piace tanto la canzone. Interpol, slow hands.







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